La montagna rivelata, Fotografie dell’Ottocento dalla collezione Fineschi

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Fotografare per conoscere e quindi appropriarsi del mondo circostante; usare le fotografie come surrogato bidimensionale di una realtà a tre dimensioni troppo difficile da raggiungere. Questa è stata la fotografia per molti anni, soprattutto all’inizio, quando le era richiesto di essere fedele trascrittrice dell’oggettività. E questa è stata anche la fotografia di montagna, nuova e incredibile compagna delle imprese alpinistiche e delle spedizioni geografiche, dei cartografi che erano chiamati a disegnare i confini fra gli stati in un’Europa segnata da conflitti territoriali.

Il pensiero allora corre alla perizia degli autori di queste immagini, che dovevano in primo luogo essere alpinisti. Essi camminavano per giorni a latitudini e altitudini non usuali, attraversavano ghiacciai e tormente di neve, scalavano rocce ed evitavano crepacci. Questo era tutto quanto un alpinista deve affrontare abitualmente, ma trasportando anche una macchina fotografica di grandi dimensioni (se paragonata a quelle attuali), e dei negativi su vetro. Il compito dei fotografi iniziava quindi dove finiva quello degli esploratori: arrivati al campo base o alla vetta, essi dovevano fermare sulle lastre la meraviglia che era davanti ai loro occhi, e rendere su una superficie argentica la sublime materia della montagna.

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